La corsa non finisce mai

La corsa non finisce mai

Carattere forte, introverso, ostinato, Mennea deve i suoi successi sportivi, oltre che allo straordinario talento innato, al lavoro duro e alla tenacia ferrea di un allenamento costante e quotidiano, che gli consentivano di fronteggiare atleti più potenti e “modellati”, lui ragazzo dal fisico mingherlino. In quel periodo magnifico, agli appuntamenti importanti, lui c’era sempre.

Oro ai Giochi del Mediterraneo del 1971, nel 1972 partecipò alle Olimpiadi di Monaco dove vinse il bronzo nei 200 metri. Ai Campionati europei di Roma del 1974 arrivò davanti a tutti nei 200 metri e nella staffetta 4×100. Agli Europei del 1978 a Praga nei 100 e nei 200 metri. Quest’ultima era la sua specialità preferita, dove poteva far emergere la sua accelerazione nel finale, la sua velocità di punta, impossibile. Nel 1979 a Città del Messico, durante le Universiadi, con 19″72, realizzò il record del mondo nei 200 metri, primato che resisterà fino al 1996. Poi, nel 1980, l’oro olimpico di Mosca: sul filo del rasoio dopo una rimonta prodigiosa. Il 22 marzo 1983 stabilì anche il primato mondiale dei 150 metri piani, con 14″8, che resiste tutt’oggi.

Uno dei più grandi atleti del nostro sport, resta anche uno dei più amati, oltre che per le eccezionali imprese, per il coraggio e l’impegno incrollabile: “Esiste un solo modo per sapere se si fallirà o si vincerà: provarci”.

“Cala il silenzio.
Al colpo di pistola, Wells è il più veloce a mettersi in moto. Mi è subito addosso e a metà della curva è già davanti. A sinistra, in fondo, come una macchia scura indemoniata in un angolo della punta del mio occhio, si materializza la furia di Leonard. All’uscita in rettilineo lo scozzese mi è avanti di tre metri e sembra ancora in grado di accelerare. Sono penultimo.
Faccio in tempo a pensare che devo reagire, perché quella è l’ultima occasione per la vittoria olimpica. Riparto. Letteralmente: riparto. E avverto crescere dentro uno stimolo che non avevo mai sentito. L’impressione che dodici anni di allenamenti, dolore, fatica, felicità, sfide stiano per essere risucchiati nel vortice di pochi secondi, inghiottiti, annullati.
Comincio col rimontare Woronin. Mancano ottanta metri. Dunecki, poi Hoff. E Leonard che ha esaurito la spinta. Restano cinquanta metri. Dalla visuale sparisce dietro anche Quarrie. Trenta metri alla fine. Davanti c’è solo Wells, ancora in testa quando passiamo dagli ultimi venti metri. Sento davvero le gambe e i piedi “mordere la pista”, spingo con i muscoli e con tutta la volontà che ho. Cerco l’impulso dei tendini nel contatto delle scarpe con il manto, faccio esplodere di reattività la caviglia, che fa del piede un piccolo potente remo che spinge avanti. Le ginocchia puntano alto, per quanto peso sentano addosso. Decontrazione, guai a grippare anche solo con le braccia. Di serrato, teso, contratto c’è forse solo la mascella. Wells avverte il mio rientro, lo intuisce anche dal gridare del pubblico che si impenna di volume. Cerca di rintuzzare l’attacco stringendo i denti, ma ha già l’assetto di corsa rialzato.
Tre passi ancora: gli sono a fianco, intuisco il suo profilo e l’asse delle spalle quasi in linea con le mie.
Due passi: siamo pari.
Un appoggio: è dietro.
Le braccia, quasi da sole, mi scattano in alto che ancora non ho oltrepassato il traguardo.
E’ finita.”

Pietro Paolo Mennea
con Daniele Menarini
La corsa non finisce mai
Edizioni Limina – 2012