XR Mission

Cro-Magnon

Attraversare le Alpi correndo fino al mare.

Questo il seme che durante le fredde giornate dello scorso inverno ha iniziato a prendere vita, germogliando nell’idea di partecipare al Gran Raid International du Cro-Magnon.

Lo ha riscaldato il desiderio di vivere ancora una volta quelle emozioni che scandiscono il paziente procedere nel percorso di preparazione che porta a schierarsi al via di una corsa di lunga lena.

Lo ha riscaldato la curiosità di percorrere nuovi sentieri valicando nuove montagne in una parte della catena alpina che non ho mai frequentato.

114 chilometri, 5900 metri di dislivello in ascesa e 6900 metri di dislivello in discesa.

Questi i numeri con i quali bisogna misurarsi per raggiungere Cap d’Ail sulla Costa Azzurra in Francia partendo da Limone Piemonte in Italia.

Un lungo percorso che, seguendo per gran parte sentieri di montagna e strade sterrate, conduce i partecipanti all’interno della dimensione del Raid. Una competizione podistica, certo. Ma strettamente legata al concetto di Viaggio.

CroMagnon

Si corre portando con sé, in uno zaino leggero, il necessario per alimentarsi, idratarsi e correre in sicurezza in ambiente montano. Lungo il tragitto sono presenti delle postazioni di controllo e di ristoro, all’incirca ogni venti chilometri, ma lo spirito della prova è di prevedere e provvedere alle proprie necessità.

400 i partecipanti ammessi a questa prova, un numero limitato per permettere al delicato equilibrio naturale del Parco Nazionale del Mercantour di sostenere il passaggio di questi novelli viandanti.

23 giugno. Il Solstizio d’estate è un ricordo recente. Queste sono le giornate più lunghe dell’anno e già alle cinque del mattino, ora della partenza, le forme di Limone Piemonte emergono dall’oscurità della notte.

Gli ultimi preparativi, l’attesa che tutto sia pronto per il Via, i primi passi liberatori verso le montagne.

Si abbandonano ben presto i vicoli del piccolo borgo e ci si inoltra lungo le strade sterrate di servizio alle piste per lo sci invernale.

La pendenza dei sentieri ci porta rapidamente, in una decina di chilometri, dai mille metri di altitudine della partenza, alla quota duemila e poi più su in vista della linea di confine tra Italia e Francia. L’aria tersa di questo mattino lascia vagare lo sguardo lungo i picchi della corrugata dorsale alpina.

La temperatura è piacevole, il che lascia presagire che a farla da padrone nel pomeriggio, quando torneremo sotto i mille metri di quota, sarà il caldo.

Il percorso segue la nervosa linea dei forti militari costruiti a difesa del Piemonte verso la fine dell’Ottocento. Il Pepino, il Centrale a guardia del colle di Tenda dove troviamo il primo punto di ristoro, il Pernante, il Giaura.

Forte Giaura

Attraversare queste montagne, già limite di confine tra Gallia Cisalpina e la Gallia Narbonense in epoca romana, porta a calcare le orme dei mercanti di sale e seguire i sentieri battuti dai pellegrini medievali diretti a Santiago de Compostela.

Il tracciato scende verso Casterino, percorrendone la valle fino al lago delle Mesches. Durante la discesa nel bosco un primo errore di percorso, presto recuperato, mi separa dal gruppo di testa.

Quando si corre in ambienti nuovi si scopre la realtà dei sentieri passo dopo passo, parte dell’energia profusa nella corsa va richiamata dallo sforzo organico ed utilizzata per mantenere l’attenzione sempre vigile e non smarrire la traccia di gara.

Si corre sempre sul filo di questo delicato equilibrio tra prestazione e padronanza e mettere un piede in fallo porta, anche fuor di metafora, a compromettere la possibilità di valorizzare l’impegno dei lunghi mesi di allenamento.
Fa parte del gioco, questo piacevolissimo gioco che è il valicare montagne inseguendo un traguardo a passo di corsa.

Secondo ristoro. Rifugio Neige et Mervilles, nuova vita dell’antica miniera di Vallaura. Piena mattinata. Il calore del sole inizia a farsi sentire. Riempio la sacca idrica dello zaino e mi avventuro nella Valle delle Meraviglie. Nome altisonante che promette molto, ma le aspettative suscitate da questo territorio prima Sabaudo, poi Italiano, ora Francese, non verranno deluse.

Percorrendola si vive il piacere dei sensi.

Prima l’olfatto, che fissa in maniera indelebile nella memoria l’essenza di resina che sublima dai tronchi scaldati dal sole in un imponente lariceto secolare.

Poi la vista, quando salendo si incontrano i laghi lasciati dal ritiro dei ghiacciai ed il cielo terso di questa giornata estiva gioca a colorarli di un azzurro intenso.

Si sale ancora in un paesaggio dominato dal grigio delle rocce metamorfiche fino al Passo del Diavolo, che con i suoi 2437 metri rappresenta il punto più elevato toccato dal Raid.

Mercantour - Valle delle Meraviglie

Un tuffo in discesa. In testa il desiderio di tornare in questa valle per approfondirne gli scorci così suggestivi ed ammirare le numerose incisioni rupestri che la caratterizzano. Migliaia di segni tracciati dagli antichi liguri dell’età del bronzo per fissare su queste rocce levigate dal ghiaccio la rappresentazione della propria quotidianità e della propria spiritualità.

La Cima dei tre Comuni e la successiva discesa verso Camp d’Argent introducono a nuovi scenari. L’ambiente assume tratti più mediterranei. Le linee si ammorbidiscono, i colori si avvicendano.

Presso lo chalet “l’Estive du Mercantour” il terzo punto di ristoro. Cinquantacinque chilometri alle spalle ed almeno altrettanti di fronte. Lasciato il fermento della zona di controllo e ristoro si torna gradualmente a correre in compagnia solamente di se stessi.

Primo pomeriggio, superata la cima de la Calmette si scende ancora di quota per una decina di chilometri assestandosi poi su un nervoso saliscendi che gioca attorno alla quota mille. La canicola è il principale ricordo di questo tratto di percorso. Per me, a posteriori, il più difficile. Il calore mi porta in affanno, il respiro diventa corto e non riesce a seguire il ritmo della corsa, così cerco di ritrovare l’equilibrio al passo.

Nella mia testa finora hanno convissuto in buona sintonia lo spirito dell’agone, quello che regala la forza di perseverare, di superare le difficoltà, di cercare in fondo a se stessi energie che non si pensava di possedere, e lo spirito del viaggio, quello che regala significato a ciò che si incontra, che fissa nel carattere il piacere di passare attraverso i luoghi e le esperienze.
L’affanno mi fa perdere contatto dallo spirito dell’agone. Lo vedo distanziarmi e proseguire la sua corsa a ritmo sostenuto, io ora ho bisogno di recuperare al passo. Rimango solamente con la compagnia dello spirito del viaggio. Non intendo rinunciarvi. Il desiderio di attraversare le Alpi e raggiungere il Mare è ancora vivo. Proseguo camminando per almeno una decina di chilometri.

Cammino ancora solo con i miei pensieri, quando mi raggiunge Christian Schneider. Lo svizzero si sincera delle mie condizioni e risponde alle mie rassicurazioni proponendo di riprendere assieme a correre. Non ci conosciamo, ma il mio sguardo deve essere eloquente su ciò che penso delle sue parole. Ho già preso le mie decisioni, ne ho avuto tutto il tempo. Ma è questione di un istante, mentre metto in fila parole straniere per spiegare l’idea di proseguire il mio viaggio in solitudine, una familiare spinta interiore accelera il ritmo dei miei passi.

L’iniziale disagio al ritmo scompare in un paio di chilometri e quella che segue, mancano ancora circa trenta chilometri al traguardo, è la parte più piacevole di questa fatica.

Il pomeriggio scivola lentamente nella sera. L’azione del sole è meno pressante, ma le difficoltà non sono finite. Le salite al Col de Verroux ed alla successiva Cima de Baudon sono ripide ed impegnative ma non quanto le discese seguenti, tortuose e sassose. Tra loro il punto di ristoro del Col des Banquettes. Con novanta chilometri alle spalle equilibrio ed attenzione vengono messi a dura prova.

Cime de Baudon

Con Christian la collaborazione nasce spontanea, forse rafforzata dal fatto che ci fermiamo entrambi incantati dal primo scorcio sull’azzurro del mare. Ci aiutiamo nel ritrovare la via per Cap d’Ail smarrita prima alla cima de Baudon, grazie a qualche persona capace di trovare piacere nella misera azione di asportare la segnalazione del percorso, poi sull’ultimo colle ricoperto di antenne, grazie a noi stessi capaci di appassionarci oltre misura allo scambio di racconti riguardanti le nostre vite sportive.

Il disco rosso del sole si posa sull’orizzonte mentre scendiamo a La Turbie, dove tra vicoli stretti passiamo al cospetto di ciò che resta del Trofeo delle Alpi, imponente monumento romano eretto duemila anni fa in onore dell’imperatore Augusto e memoria della sottomissione delle tribù alpine.

La Turbie

La vista dall’alto del Principato che si accende in un brulicare di luci ci accompagna nella discesa a fianco dell’imponente parete verticale della Tete de Chien che si affaccia su Monaco.

Scorgiamo la spiaggia e le vele colorate dei due catamarani che delimitano l’arrivo. Sembrano a portata di mano, ma siamo ancora in alto, ci sono metri di quota da perdere e chilometri da percorrere. Un tortuoso sentiero in discesa ci conduce dalla brezza fresca della collina fino al cuore di una Cap d’Ail distratta ed intenta a vivere l’imbrunire di un sabato caldo e umido.

Superati un paio di attraversamenti semaforici, mettiamo piede sul “sentier du bord de mer”. Lo sciabordare delle onde accompagna le ultime falcate di questo viaggio fino al traguardo.

Sentier du bord de mer

Un arrivo alla pari, senza desiderio di marcare differenze, è la naturale conseguenza di quanto vissuto in questa lunga giornata. Non mi capita spesso di proporlo, oggi ha un significato.

A livello umano due sono le immagini, nitide ed indelebili, che caratterizzeranno i ricordi di questa corsa di fine giugno.

La mano amica di Andrea Callera che, al ristoro di Camp d’Argent, a metà corsa, mentre cerco di riassettare velocemente lo zaino, si prende cura di me detergendo dal mio volto il sudore ormai cristallizzato in sale.
Grazie Andrea.

Il piacevole discorrere con Christian Schneider che, nonostante l’impegno fisico e la fatica accumulata, ha caratterizzato le ultime ore di corsa. Un incontro casuale, un riconoscersi sincero.
Grazie Christian.

Cristiano